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Cinque ragioni contro il ritorno al nucleare in Italia

18 giugno 2026

Costoso, lento e dipendente da filiere geopoliticamente complesse: perché il nucleare non è la soluzione alla crisi energetica

AKW_Mülheim-Kärlich_2012.jpg di Francesco Sylos Labini

Il Governo ha avviato un percorso legislativo per reintrodurre il nucleare nel mix energetico nazionale, presentandolo come una soluzione moderna e innovativa alla crisi energetica e climatica. Eppure, dietro la retorica dei piccoli reattori e delle tecnologie del futuro, i dati mostrano almeno cinque motivi per cui questa scelta è più uno slogan politico che una reale strategia energetica.

La prima riguarda i costi. È vero che il confronto tra nucleare e rinnovabili non può limitarsi al solo costo di produzione del kWh, poiché solare ed eolico richiedono investimenti aggiuntivi in accumuli, reti e capacità di riserva. Tuttavia, negli ultimi quindici anni il costo dei pannelli fotovoltaici e delle batterie è diminuito di circa il 90%, mentre il nucleare ha seguito la traiettoria opposta. I costi e i tempi di realizzazione dei nuovi reattori sono aumentati in modo impressionante. Il caso simbolo è il reattore EPR di Flamanville, in Francia: doveva costare 3,3 miliardi di euro ed entrare in funzione nel 2012; il costo finale è stato stimato dalla Corte dei conti francese in 23,7 miliardi e l’impianto è entrato in funzione con oltre dodici anni di ritardo.

La seconda ragione riguarda i tempi. L’attuale situazione geopolitica e la crisi climatica e richiedono una diminuzione della dipendenza energetica dall’estero che si ripercuote anche sui costi nelle bollette ed una rapida riduzione delle emissioni. Anche volendo avviare oggi un programma nucleare, l’Italia non vedrebbe un solo kWh prodotto da nuove centrali prima di quindici anni nella migliore delle ipotesi. Nel frattempo, fotovoltaico ed eolico possono essere installati in tempi molto più brevi e continuano a beneficiare di un’intensa innovazione tecnologica che ne riduce costi e ne aumenta l’efficienza.

L’ultima centrale nucleare costruita ex novo in Europa è stata Civaux, in Francia che ha impiegato oltre vent’anni. Da allora non sono state realizzate nuove centrali in Europa, ma soltanto ampliamenti di siti già esistenti che hanno richiesto tempi enormi. Hinkley Point C, nel Regno Unito, è stato annunciato nel 2005, approvato nel 2012, avviato nel 2017 e non entrerà in funzione prima del 2030-2035. In altre parole, si sfiorano i trent’anni per aggiungere nuovi reattori in un sito già dotato di infrastrutture e autorizzazioni.

Anche assumendo le stime più ottimistiche della OECD Nuclear Energy Agency, la realizzazione di una nuova centrale richiede tra 18 e 26 anni tra scelta del sito, autorizzazioni, finanziamenti e costruzione. Venti o trent’anni rappresentano un orizzonte enorme rispetto alla velocità con cui stanno evolvendo le tecnologie concorrenti. Quando Hinkley Point C fu concepita, nel 2005, il costo dell’elettricità fotovoltaica era dell’ordine di 350 dollari per MWh; oggi è circa un decimo. Nello stesso periodo batterie, elettronica di potenza, reti intelligenti e sistemi di accumulo hanno registrato progressi altrettanto rapidi. La domanda cruciale è quindi: quale sarà il costo di solare, eolico e accumuli quando una nuova centrale nucleare italiana entrerà in funzione tra venti o trent’anni? Il rischio è quello di investire enormi risorse in una tecnologia che arriverà sul mercato quando il sistema energetico sarà già profondamente cambiato.

Terzo punto: il nucleare non garantisce alcuna vera indipendenza energetica. L’Italia non possiede uranio. Inoltre, la filiera nucleare mondiale è fortemente concentrata: circa un quinto dell’uranio arricchito utilizzato dalle centrali statunitensi proviene dalla Russia, che mantiene una posizione dominante nei servizi di arricchimento del combustibile. Sostituire la dipendenza dal gas con una dipendenza dall’uranio e dalle relative tecnologie non significa raggiungere l’autonomia energetica.

La quarta questione riguarda le scorie radioattive. A quasi quarant’anni dall’abbandono del nucleare, l’Italia non è ancora riuscita a trovare un sito per il deposito nazionale delle scorie a bassa e media attività, che dovranno essere controllate per circa 300 anni (senza contare il problema di quelle ad alta attività da controllare per 100 mila anni). Gli impianti di Saluggia dove sono alloggiate scorie a media attività e combustibile irraggiato si trovano in un'area a elevato rischio di esondazione del fiume Dora Baltea e caratterizzata da un'alta vulnerabilità della falda acquifera, una zona già colpita da gravi alluvioni nel 1994 e nel 2000. Da anni esiste una mappa dei siti idonei, ma nessun governo favorevole al nucleare ha mai avuto il coraggio di scegliere, e nessuna comunità locale si è dichiarata disponibile ad ospitarlo.

Infine, quinto punto, il nucleare non è una fonte a emissioni zero. Se si considera l’intero ciclo di vita — estrazione e arricchimento dell’uranio, costruzione degli impianti, gestione delle scorie e smantellamento delle centrali — le emissioni sono generalmente stimate tra 10 e 100 grammi di CO₂ per kWh. Molto meno di carbone e gas (450 grammi), ma molto più di eolico (7-9 grammi), idroelettrico (4 grammi) e fotovoltaico (30 grammi). L’energia nucleare non è una tecnologia a emissioni zero. A seconda della metodologia utilizzata per la valutazione del ciclo di vita (Life-Cycle Assessment), le stime pubblicate variano da circa 10 a oltre 100 gCO₂e/kWh. L’IPCC riporta un valore mediano di circa 12 gCO₂e/kWh, mentre alcuni studi e alcune agenzie ambientali ottengono valori significativamente più elevati quando vengono considerati in modo più dettagliato l’estrazione dell’uranio, l’arricchimento del combustibile, la gestione delle scorie radioattive e lo smantellamento degli impianti.

La quota del nucleare nella produzione elettrica mondiale è passata da circa il 17% del 1996 a meno del 10% oggi. Negli ultimi vent’anni il settore è rimasto sostanzialmente stagnante e, se si esclude la Cina dove le politiche industriali hanno ben altro passo, il numero dei reattori operativi nel mondo è diminuito. Per tutte queste ragioni il nucleare è una tecnologia costosa, lenta e dipendente da filiere geopoliticamente complesse. L’incidente di Fukushima ha aumentato i costi ed i tempi di realizzazione per maggiori misure di sicurezza. Le fonti rinnovabili presentano certamente limiti e problemi che non vanno sottovalutati ma crescono a ritmi esponenziali e rappresentano oggi il principale terreno di innovazione del sistema energetico mondiale e il loro sviluppo procede a ritmi senza precedenti.

Come osservano Gianni Silvestrini e Giuseppe Onufrio nel libro “L’illusione del nucleare e la rivoluzione delle rinnovabili” (Edizioni Ambiente, 2026), il punto centrale è in realtà l’uso politico che si fa del nucleare nel dibattito pubblico. Una tecnologia che, anche nelle ipotesi più ottimistiche, non potrebbe dare un contributo significativo al sistema energetico italiano prima di uno o due decenni viene presentata come la soluzione alla crisi energetica, mentre le tecnologie disponibili già oggi — fotovoltaico, eolico, accumuli, pompe di calore ed efficienza energetica — continuano a scontrarsi con ostacoli normativi, procedure autorizzative lente e frequenti opposizioni amministrative. Il dibattito sul nucleare è dunque utilizzato come l’alibi per non fare oggi ciò che sarebbe necessario fare subito: ridurre la dipendenza dal gas fossile. Più che una strategia energetica per il futuro, è uno strumento per rinviare la transizione, mentre il resto del mondo accelera su rinnovabili, accumuli ed elettrificazione dei consumi.

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