Il declino che funziona
Ricercatore junior di un ente ricerca italiano in analisi di mercato e analisi dei sistemi complessi.
Stati Uniti, potere liberistico e crisi strutturale della società occidentale

Negli ultimi trent’anni gli Stati Uniti hanno continuato a crescere, innovare, esercitare potere globale. Sarebbe scorretto negarlo. Ma sarebbe altrettanto scorretto interpretare questa continuità come segno di buona salute sistemica. Ciò che emerge con sempre maggiore evidenza non è una crisi improvvisa né un collasso imminente, bensì una trasformazione profonda del modo in cui il sistema regge. Un ordine che non integra più come in passato, ma che continua a funzionare separando, contenendo, rinviando.
_Il declino, in questo senso, non è una caduta. È una forma stabile di funzionamento_ . Non coincide con l’arresto della crescita, ma con la perdita progressiva della capacità di trasformare crescita economica in integrazione sociale, fiducia istituzionale e progetto collettivo. Il sistema non smette di produrre potere; smette di produrre senso condiviso.
1. Dal liberalismo all’autoreferenzialità del potere
Il liberalismo occidentale nasce storicamente come tentativo di equilibrio: tra libertà economica e diritti politici, tra mercato e coesione sociale, tra iniziativa individuale e responsabilità collettiva. Negli Stati Uniti questo equilibrio ha retto a lungo, sostenuto da crescita industriale, mobilità sociale, espansione del welfare e ruolo internazionale dominante.
A partire dagli anni Novanta questo equilibrio inizia a rompersi. Il liberalismo si trasforma progressivamente in liberismo autoreferenziale, un sistema che non si misura più sulla società che governa, ma sui propri indicatori interni: crescita finanziaria, competitività, attrattività dei capitali. La società non è più il fine dell’azione politica, ma _una variabile da gestire_ .
Il potere smette di interrogarsi sugli effetti sociali delle proprie decisioni e inizia a riflettersi su sé stesso. È in questo senso che si può parlare di una dimensione narcisistica del sistema: non come categoria psicologica, ma come struttura politica. Il successo diventa autoreferenziale; il fallimento viene individualizzato. La responsabilità collettiva viene sostituita dall’adattamento individuale.
2. Il debito come architettura permanente
In questo contesto il debito pubblico assume un ruolo centrale. Il debito federale statunitense non è semplicemente il risultato di politiche sbagliate o di emergenze straordinarie. È diventato una architettura permanente di governo.
Il debito consente di evitare una rinegoziazione radicale del patto sociale. Permette di sostenere spesa militare, apparati di sicurezza, stabilizzazione finanziaria e politiche emergenziali senza affrontare il nodo della redistribuzione e della coesione sociale. Non è uno strumento di sviluppo nel senso classico: è un meccanismo di rinvio strutturale.
_Attraverso il debito il sistema compra tempo_ . Ma il tempo acquistato non viene investito in integrazione o trasformazione; viene utilizzato per mantenere in equilibrio apparati che non producono più consenso. Gli interessi crescenti, la finanziarizzazione e la dipendenza dai mercati globali diventano il prezzo di questo rinvio continuo.
3. Finanziarizzazione e crescita diseguale
La finanziarizzazione dell’economia statunitense non rappresenta una deviazione, ma una risposta sistemica alla difficoltà di produrre crescita inclusiva. Wall Street assume un ruolo centrale non perché produca beni o servizi fondamentali, ma perché produce narrazioni di valore, aspettative di crescita, fiducia artificiale.
Il PIL cresce, ma i salari reali stagnano. La produttività aumenta, ma i benefici si concentrano. La ricchezza si accumula nelle fasce più alte, mentre la mobilità sociale si riduce. Questo non genera una crisi immediata, ma una polarizzazione stabile.
La società si struttura per segmenti: chi riesce a inserirsi nei circuiti vincenti, chi si adatta senza prospettive di avanzamento, chi resta strutturalmente escluso. Il sistema non redistribuisce: organizza la diseguaglianza.
4. Disagio sociale e stabilizzazione negativa
Le conseguenze sociali di questo modello sono ampiamente documentate: aumento delle dipendenze, crisi della salute mentale, violenza armata diffusa, sistema carcerario ipertrofico. Questi fenomeni vengono spesso trattati come patologie culturali o deviazioni comportamentali. In realtà sono esiti sistemici.
Quando un ordine sociale non è più in grado di offrire integrazione e futuro, deve trovare altri modi per reggere. _Il disagio non scompare: viene assorbito, contenuto, neutralizzato. _ La dipendenza diventa una risposta soggettiva a un mondo privo di orizzonti credibili. Il carcere diventa uno strumento di gestione dell’eccedenza sociale. La violenza armata diventa rumore di fondo, non rottura dell’ordine.
Si tratta di una forma di stabilizzazione negativa: il sistema non guarisce le proprie fratture, ma le rende compatibili con la propria sopravvivenza.
5. Crisi istituzionale e perdita di mediazione
Le istituzioni statunitensi continuano a funzionare. Non siamo di fronte a uno Stato fallito. Ma la loro capacità di rappresentare e mediare il conflitto si è indebolita. Una parte crescente della popolazione non percepisce più le istituzioni come luoghi capaci di migliorare concretamente la propria condizione. L’assalto al Campidoglio del gennaio 2021 non è stato un colpo di Stato, ma evento simbolico di enorme portata. Ha mostrato che il conflitto sociale, non più mediabile attraverso i canali tradizionali, può irrompere direttamente nello spazio del potere. Non come progetto politico coerente, ma come espressione di una frattura profonda. Quando il conflitto non viene riconosciuto e composto, viene trattato come minaccia. La politica si trasforma così in gestione dell’ordine, più che in costruzione di senso.
6. La proiezione imperiale come compensazione
La politica estera statunitense riflette questa trasformazione interna. Gli Stati Uniti restano una potenza dominante, ma sempre più orientata alla difesa coercitiva degli equilibri esistenti. Basi militari diffuse, guerre indirette, sanzioni, dazi e pressione economica diventano strumenti ordinari.
Questa proiezione imperiale non nasce da un eccesso di forza, ma da una fragilità interna. Serve a ricompattare simbolicamente, a giustificare apparati costosi, a rinviare il conflitto sociale interno. L’impero diventa una strategia di compensazione.
7. Europa e adattamento passivo
L’Europa non rappresenta un’alternativa strutturale a questo modello. Piuttosto, ne incarna una versione subordinata e attenuata. Meno violenta, meno spettacolare, ma segnata da stagnazione politica, erosione del welfare, dipendenza tecnologica e finanziaria.
Se gli Stati Uniti reagiscono al declino con la coercizione imperiale, l’Europa reagisce con la rinuncia politica: accettazione dei vincoli, gestione tecnica, riduzione del conflitto a problema amministrativo.
8. Una forma storica, non una crisi
Ciò che emerge da questa analisi non è l’immagine di un sistema prossimo al collasso, ma di un ordine che ha scelto di durare senza trasformarsi. Il declino non è un evento futuro, ma una condizione presente. Il sistema non cerca più di risolvere le proprie contraddizioni; le incorpora.
Questo non garantisce né una catastrofe imminente né una rinascita automatica. Garantisce una lunga fase di instabilità gestita, in cui il conflitto sociale non è un incidente, ma la condizione ordinaria del funzionamento del potere.
_La questione decisiva non è se questo ordine finirà, ma quanto a lungo potrà reggere separando crescita e vita, potere e società, stabilità e senso._