È un problema di pantone
Oltre l'infantilizzazione politica: una riflessione su proteste e indignazione a intermittenza

Guardo sempre con un misto di curiosità antropologica e sconforto politico quelli che spiegano il mondo a colpi di “è colpa di Trump”, “è colpa di Putin”, “è colpa di X”.
Finché a farlo è chi vive la politica come rumore di fondo, va bene. Ma quando questa infantilizzazione moralistica arriva da chi dovrebbe fornire strumenti di analisi, allora no: lì è proprio una resa intellettuale.
Nemmeno in una bocciofila di paese il presidente decide tutto da solo come un monarca assoluto. Figuriamoci in uno Stato da 350 milioni di abitanti, con una stratificazione sociale, razziale, economica e istituzionale infinitamente più complessa. Ridurre tutto a un nome proprio è propaganda, non analisi.
Ora: al netto della repulsione per le immagini di violenza e morte che circolano in rete; al netto del fatto che l’ICE esiste dal 2003 ed è figlia diretta della stagione post-11 settembre, quella che ha aperto la lunga normalizzazione della sospensione dello Stato di diritto negli USA (e poi in tutto l’Occidente); una cosa va detta chiaramente.
Quell’agenzia non è “diventata cattiva” oggi. È da anni che si distingue per un livello crescente di repressione: bambini di cinque o sei anni chiusi in gabbie metalliche negli hangar, deportazioni di massa di lavoratrici e lavoratori, violenza sistemica come metodo.
Eppure non ricordo campagne indignate contro la “Gestapo di Obama”, sotto la cui presidenza si è stabilito il record storico di arresti e rimpatri forzati.
Più in generale, le forze dell’ordine statunitensi non si sono mai segnalate per particolare delicatezza. Secondo Mapping Police Violence, la media è di circa 1200 persone uccise ogni anno dalla polizia, nel 95% dei casi con armi da fuoco, e in meno del 2% dei casi l’agente che ha sparato viene incriminato. Questo da decenni.
Allora perché questa ondata, per carità, legittima, di indignazione?
Perché è un problema di pantone.
Finché a morire sono neri o latini, ai liberali, versione medioprogressista o destroterminale, non frega niente. Ma se toccate i bianchi, allora scatta l’allarme: “deriva nazista”, “fine della civiltà”.
È una logica vecchia e schifosa. È la stessa dei campi di concentramento: quando ci finivano milioni di congolesi, sudafricani o, al limite, slavi, vabbè. Quando poi ci sono finiti europei occidentali, improvvisamente abbiamo scoperto “la più grande tragedia della storia umana”.
Trump è uno schifoso suprematista, senza alcun dubbio.
Ma l’ipocrisia degli indignati a intermittenza non è meno ripugnante.