← Torna agli articoli
Articolo

L’Iran, le perle e lo shamshir

di
Daniele Dall'Aglio
Daniele Dall'Aglio

Studioso di relazioni internazionali con focus su integrazione eurasiatica e mondo russo, laureato in Mediazione linguistica e culturale con tesi sul conflitto nell' Ucraina orientale quando era ancora quello del 2014/15. Attivista e cercatore da sempre.

26 gennaio 2026

Tra crisi economica e guerra d'informazione: le proteste in Iran, il ruolo di Starlink e il fallimento della strategia di destabilizzazione esterna

iran perle.jpg
Il nostro reel del 15 Gennaio, in cui coprivamo, per quanto possibile in 80 secondi, la situazione in Iran, sembra aver sollevato alcune discussioni.
Ci fa piacere avere uno scambio franco e di merito con le persone interessate.

Prologo e comunicazione

Per prima cosa, torniamo ai fatti: all’origine di tutto c’è un attacco speculativo alla moneta iraniana, già storicamente debole, iniziato settimane prima delle proteste e, probabilmente, concepito come la continuazione economica del “Conflitto dei 12 giorni” avvenuto in Giugno 2025.
È essenziale ricordare che, nelle intenzioni di Israele e Stati Uniti, tale conflitto sarebbe dovuto sfociare già allora in un cambio di regime, a seguito della prima ondata di attacchi di decapitazione del comando sia politico che militare del paese. Allora, questo esito non si realizzò a causa della resilienza del sistema iraniano, del fallimento della decapitazione politica e del supporto tecnico degli alleati internazionali dell’Iran.
L’economia iraniana, e la sua moneta, sono in sofferenza cronica a causa di oltre 40 anni di “sanzioni” occidentali, in realtà misure di guerra economica unilaterali, mai legittimate dal CSNU.
I giorni a cavallo della fine dell’anno vedono l’inizio delle proteste dei commercianti e degli studenti, a causa del picco di inflazione e del crollo del potere d’acquisto.
Quello che osserviamo nei primi giorni, da parte della popolazione, sono proteste totalmente pacifiche con motivazioni economiche, che non hanno nulla a che vedere con il sistema politico in sè o con i diritti civili.

In questa fase, sia il governo che lo Stato appaiono pienamente consapevoli della serietà della crisi economica e del rischio politico connesso ad essa.
Il governo, dunque, tiene incontri e consultazioni con i commercianti per cercare di capire quali misure concrete poter adottare, anche se il suo margine di manovra è limitato e non ci sono soluzioni facili o rapide.
Sui mezzi di comunicazione iraniani, nel frattempo, ci sono importanti figure della politica, degli apparati di sicurezza e del clero sciita che sottolineano la legittimità dei problemi posti dalla gente e la necessità di farvi fronte.
Ovviamente, c’è chi insiste di più sull’ origine esterna dei problemi economici (l’embargo e la speculazione) e chi al contrario sottolinea maggiormente la responsabilità governativa, ma nella comunicazione pubblica nessuno si chiama fuori, il messaggio è comunque: “Sappiamo delle difficoltà e avete ragione. Ci stiamo lavorando e facciamo il possibile. Avete tutto il diritto di protestare per questa situazione.”

Nel frattempo, i primi disordini, scontri e danneggiamenti sono iniziati.
La retorica di stato in questa fase è incentrata sul riconoscimento della legittimità del malcontento e sulla separazione tra chi protesta per le condizioni economiche e chi attacca le strutture o il personale pubblico e crea disordini.
Il livello di violenza da parte delle forze di sicurezza, in piazza, da quanto è possibile osservare è tendenzialmente basso, per lo più incassano molto.
Sui social circolano video di ragazzi che escono per andare in piazza lanciando proclami e slogan molto radicali inneggiando alla rivolta e alla guerra; alcuni vengono individuati in fretta, fermati e costretti a fare subito un altro video nel quale dicono essenzialmente: “Chiedo scusa ho sbagliato a dire quelle cose.”
Le parole chiave sono contenimento e separazione; la tattica funziona, ma solo entro certi limiti.
Fa capire a buona parte della popolazione che il governo non è sordo e riconosce le loro istanze, creando quindi maggiore isolamento dei gruppi più radicali o violenti, ma non impedisce comunque alla situazione di evolvere alla fase successiva, che culmina nella settimana dal 4 all’11 Gennaio.
In tutto questo, la macchina della guerra dell’informazione si è messa in moto a pieno regime e lavora sia sul fronte iraniano interno che su quello esterno.

Doverosa parentesi:
L’Iran è considerato dagli USA e da Israele un nemico giurato e nel centro del mirino fin dalla rivoluzione khomeinista, per ragioni sia politiche che economiche che geografiche.
Per questo, ci sono più canali televisivi in lingua Farsi (persiano) all’estero che in Iran, nonostante questo sia l’unico paese in cui il Farsi è la lingua nazionale.
Questi canali sono per lo più finanziati o gestiti allo scopo di influenzare l’opinione pubblica e il mondo iranofono dall’esterno e tramite la diaspora, e sono visibili in Iran tramite TV via satellite, che molti hanno.
Il più attivo in questa operazione è stato Iran International, con sede a Londra, che gli Iraniani rivoluzionari chiamano scherzosamente Israel International, per via della sua propaganda filo-sionista.

La campagna comunicativa, nel corso di tutta la vicenda, fa diverse cose:
- Innanzitutto, non appena le proteste iniziano, le descrive come “proteste contro il regime”, ovvero trasforma una mobilitazione economica specifica in opposizione politica e sistemica. La narrazione da costruire è “il popolo iraniano che lotta per la libertà”;
- Amplifica la portata e la partecipazione alle proteste tramite selezione o manipolazione delle notizie, dei contenuti e delle immagini;
- Crea la percezione che il paese sia piombato nel caos. Questo serve prevalentemente sul piano interno, dove tutti gli Iraniani che vivono in città, quartieri o paesi dove non sta succedendo niente devono credere che il governo e la Repubblica siano sull’orlo del collasso;
- Ingigantisce la dimensione della repressione interna mentre legittima le violenze dei manifestanti. Quelle non accettabili vengono nascoste o attribuite all’altra parte, le “colpe” devono essere tutte da un lato. È importante che ci siano i buoni e i cattivi, l’identificazione deve essere netta e semplice;
- Gonfia a dismisura il numero delle vittime e le attribuisce tutte alla repressione. L’immagine deve essere quella dello stato brutale e totalitario in mano a pazzi sanguinari che stanno sterminando il proprio popolo pur di aggrapparsi al potere. Questo serve prevalentemente fuori dall’Iran, in particolare in Occidente e nella diaspora, per legittimare l’intervento militare esterno da parte degli Stati Uniti. Di più, per fare in modo che siano i cittadini e i politici stessi a chiederlo, per “salvare il popolo iraniano”;
- Lancia una campagna di promozione di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià. Questi viene presentato come un futuro regnante illuminato, buono, progressista e laico, amato da tutti. Lui stesso dai social si rivolge al popolo e incita a lottare e deporre il regime per farlo tornare, affermando dalla sua villa nel Maryland di essere “pronto a dare la vita”. Nel frattempo, nelle manifestazioni “a sostegno del popolo iraniano” in Occidente spuntano le bandiere dell’Iran pre-rivoluzionario.

Crescendo

La situazione evolve velocemente. In pochi giorni le proteste pacifiche vengono infiltrate in maniera diffusa e organizzata, i gruppi agiscono in varie parti del paese con sincronia come guidati da un’unica regia: edifici governativi, case private, scuole, biblioteche, sedi delle forze dell’ordine e del Basij, banche, auto private, mezzi di trasporto pubblico, negozi, presidii sanitari, moschee e reliquari, mezzi di soccorso della Mezzaluna Rossa e dei Vigili del Fuoco vengono attaccati e dati alle fiamme a centinaia.
Il trend è interessante: all’inizio di questa fase, i numeri dei manifestanti totali sembrano calare, mentre le proteste si radicalizzano; vanno in piazza meno persone, ma la violenza aumenta molto e rapidamente.
Si parla nell’ordine di migliaia di manifestanti in tutto il paese, più che di decine di migliaia.
Non un fenomeno di massa.

Gli scontri principali all’inizio non avvengono a Tehran, ma in città più piccole, ma l’aumento di intensità è omogeneo, le azioni giorno per giorno sono le stesse in tutte le città.
In pochissimi giorni, il livello di violenza diventa estremamente alto.
Ufficiali e uomini delle forze di sicurezza vengono uccisi sia negli scontri che in agguati mentre sono fuori servizio, anche con armi da fuoco o durante inseguimenti in auto, lo stesso avviene con membri del Basij.
In strada, in diversi casi, vengono isolati, accerchiati e torturati anche per ore con pestaggi e mutilazioni, prima di essere finiti sgozzandoli, decapitandoli o bruciandoli.
Spesso, semplicemente, gli si spara o li si pugnala.
Si segnalano casi in cui la stessa arma avrebbe sparato sia su manifestanti che su forze dell’ordine, come a Kiev nel 2014, durante “Euromaidan”.
Queste modalità di esecuzione scioccano la società iraniana, che è anche frastornata dalla natura caotica del flusso di notizie di cui abbiamo parlato prima: la violenza politica non è una cosa sconosciuta in Iran, anche la pena di morte c’è e viene usata, ma le armi da fuoco non sono comuni tra la gente e le teste mozzate, le gole tagliate e i roghi non fanno parte della società e della cultura del paese, la gente non è abituata a queste cose e meno che mai in mezzo alla strada.
Sono pratiche legate al mondo del jihadismo internazionale, a organizzazioni come Daesh (ISIS), Al Quaeda e agli islamisti dell’Asia Centrale e del Caucaso che hanno operato in Siria, che l’Iran ha sempre combattuto e che la maggioranza della popolazione disprezza.

Anche le vittime tra la gente comune, manifestanti pacifici e semplici passanti, hanno un impatto profondo. Alcuni vengono uccisi con armi da fuoco senza una ragione particolare; famosa tra questi, purtroppo, una bambina di 3 anni colpita alla schiena a Kermanshah mentre andava in farmacia col padre.
Altri vengono addirittura catturati in strada e portati in luoghi dove verranno sgozzati in seguito.
Il culmine delle violenze viene raggiunto tra il 7 e il 9 Gennaio; la sera dell’8, le autorità bloccano internet sul territorio del paese, incluso Starlink, si dice grazie al supporto tecnico ricevuto dalla Russia.
Questo è il punto di svolta.
Tagliate le comunicazioni telematiche, le violenze e la loro diffusione calano immediatamente e nel giro di un paio di giorni le proteste, a quel punto completamente egemonizzate dai gruppi armati o comunque più estremi, sono praticamente sparite.
Restano migliaia di morti, anche se non sappiamo ancora esattamente quanti, sembrerebbe intorno ai 3000, e decine di miliardi di dollari di danni a un’economia già in difficoltà.
L’attacco americano, che sembrava imminente, sembra esser stato richiamato all’ultimo momento, per ora, in una vicenda che qui non ricostruiamo nel dettaglio per ragioni di spazio ma che sicuramente non è finita.
Ma cosa è successo?

Epilogo

Abbiamo assistito a un’operazione complessa di cambio di regime, preparata per molto tempo e composta di varie parti.
Essenzialmente, abbiamo una crisi economica provocata dall’esterno agendo sulle fragilità croniche del sistema-Iran, che doveva fungere da innesco per l’operazione sul terreno vera e propria, costituita da destabilizzazione interna, politica e sociale, e intervento militare esterno al momento opportuno.
Quando, cioè, il governo fosse stato sufficientemente screditato sia all’interno che all’esterno, prima per non aver saputo difendere l’economia e la società e poi per avere represso nel sangue la rivolta del popolo in cerca di libertà e benessere.
Chi pensa che si sia trattato di una crisi interna, “cavalcata” da Israele e Stati Uniti solo in seconda battuta, nel migliore dei casi sogna o non sa di cosa parla. Perchè?
1. L’attuale fase non avviene nel vuoto, ci sono alle spalle quattro decenni e mezzo di costante attacco e tentativi di rovesciamento della Repubblica Islamica, di cui la “Guerra dei 12 giorni”, appena a Giugno scorso, è solo l’ultimo capitolo. L’Iran è ora più che mai al centro delle mire imperiali-sioniste, chi volesse saperne di più troverà numerosi materiali a riguardo, tra i quali consigliamo quelli di Pepe Escobar e Alastair Crooke, che abbiamo recentemente proposto anche nella nostra Newsroom di Capibara Media, proprio per questa ragione;
2. Un tale livello di coordinamento a distanza di una moltitudine di gruppetti in varie città in un paese grande come l’Iran non si improvvisa, si prepara quantomeno per mesi;
3. La campagna pubblicitaria dell’eterno principe ereditario del Maryland, personaggio che vorrebbe governare una potenza regionale di 90 milioni di abitanti mentre non gestisce personalmente nemmeno il proprio patrimonio, anche quella non si improvvisa;
4. Trump e Netanyahu hanno entrambi reintensificato la loro retorica anti-iraniana e ribadito minacce esplicite per mesi, poi hanno passato una romantica fine dell’anno insieme appena prima che questa operazione entrasse nella sua fase calda. Sarebbe una coincidenza? Su, siamo seri, tutti sapevano che un nuovo attacco all’Iran era in preparazione;
5. Uomini degli apparati di sicurezza e intelligence sia statunitensi che israeliani hanno ammesso pubblicamente il loro sostegno operativo ai rivoltosi sul terreno. Il migliore di tutti è stato Mike Pompeo, che in TV ha fatto gli auguri per l’anno nuovo “a chi protesta in Iran e agli agenti del Mossad al loro fianco”;
6. Sono stati catturati o neutralizzati, anche con l’aiuto di paesi vicini, diversi gruppi armati che tentavano di attraversare il confine per unirsi alla lotta contro la Repubblica Islamica. Sono anche stati confiscati grossi carichi di centinaia di armi in ingresso ai confini. Difficile pensare che si trattasse di semplice volontariato e beneficenza;
7. La questione dell’infrastruttura comunicativa è fondamentale: i terminali Starlink erano stati preparati e posizionati dove serviva e da chi serviva in anticipo, per coordinare in maniera adeguata tutti i gruppi sul terreno, in maniera sicura e su vasta scala. Chi nella vita ha organizzato o gestito anche solo una sagra di paese o una manifestazione di qualsiasi tipo sa quanto possono essere complicate cose apparentemente banali, se non si è ben organizzati. Figuratevi farlo su quella scala e con attività paramilitari o di intelligence contro uno stato che si aspetta attacchi e sorveglia internet e comunicazioni. Su questo punto vale la pena spendere due parole in più...

Non è la prima volta che Starlink viene usato per supportare le operazioni in un teatro conteso, dove gli Stati Uniti non hanno il controllo del cyberspazio.
E’ già stato fatto in Ucraina.
E i Russi hanno imparato molto bene sia a tracciarlo che a neutralizzarlo.
Da qui l’ipotesi che il supporto tecnico cruciale in quella circostanza sia venuto da loro.
Lo “spegnimento” di internet attuato dall’Iran non va interpretato, come viene fatto in Occidente per via della retorica di cui sopra, come un tentativo di chiudere gli occhi al proprio popolo che sta insorgendo, ma come una misura tecnica delle forze armate e di sicurezza per assumere il pieno controllo del cyberspazio sul proprio territorio contro una minaccia, esattamente come l’aviazione farebbe con lo spazio aereo, la marina con le acque costiere o l’esercito coi confini.

Il popolo non stava insorgendo, perché la grande maggioranza aveva ormai capito il gioco che si stava giocando con l’infiltrazione violenta delle proteste, e la stessa violenza aveva spaventato tanti cittadini e li aveva convinti a starsene a casa o comunque lontano dai guai.
Inoltre, perché una persona arrabbiata e preoccupata per l’inflazione e la condizione economica della propria famiglia dovrebbe sostenere chi ammazza gente a caso o brucia macchine, negozi, case e mezzi di soccorso?
Quel tipo di azioni, mix da manuale di destabilizzazione e brutalità jihadista, non serviva a creare consenso, ma caos e terrore. Ovvero, il clima favorevole per propiziare il collasso del sistema di potere e l’intervento esterno.
I sostenitori della Repubblica Islamica, anche quelli critici, dovevano aver paura di andare in piazza e di uscire, in quei giorni, e in parte sicuramente era così.
Poi però, una volta staccato Starlink e interrotto il flusso di coordinamento e istruzioni che i vari gruppi ricevevano, l’incantesimo si è dissolto rapidamente; altro riscontro di una regia centralizzata.
Mentre il flusso di ordini veniva meno, le forze di sicurezza iniziavano a colpire i vari gruppi che avevano tracciato nei giorni precedenti grazie alla suddetta tecnologia, arrestandoli o neutralizzandoli.
Sembra che centinaia di persone di vari gruppi e cellule siano stati arrestati.
C’è stato un tentativo di inserire nuovi terminali Starlink per sostituire quelli vecchi, tra il 12 e il 13 Gennaio, ma il carico con diverse centinaia di terminali è stato bloccato e la rete che tentava di introdurli colpita.
Siamo certi che le indagini sono ancora in corso e che gli indagati, a questo punto, stiano raccontando agli inquirenti molte cose interessanti.

Starlink, quindi, ancora una volta, non è “una nuova tecnologia al servizio della libertà”, ma una parte del sistema di uso militare e paramilitare delle telecomunicazioni occidentale.
E no, ci dispiace, Elon Musk non è un Tony Stark del mondo reale, che conquista nuove frontiere grazie al proprio genio eccentrico, ma un uomo integrato nell’apparato del potere tecnico-militare americano; un minuto di silenzio per tutte le groupies che credono che Tesla sia alta tecnologia e che Elon conquisterà lo spazio con razzi a propellente chimico. Spoiler: non succederà.

Il colpo di grazia, comunque sia, arriva dalla popolazione civile: già dalla chiusura di Starlink, col ridimensionarsi delle rivolte, sostenitori della Repubblica iniziano a manifestare in strada, inizialmente soprattutto ai funerali dei “martiri”, come li chiamano loro, ovvero delle persone, poliziotti o militari ma anche semplici civili, uccisi a centinaia dai rivoltosi e dai nemici dell’Iran e della Rivoluzione.
Non per questo smettendo di criticare il governo o di chiedere provvedimenti per l’economia.
Il giorno che volta veramente la pagina delle rivolte è lunedì 12 Gennaio, con la grande manifestazione convocata a livello nazionale a sostegno della Repubblica Islamica.
Come abbiamo visto, vi partecipano milioni di persone in tutto il paese, una partecipazione che offusca i numeri delle rivolte della settimana prima.
I problemi e le minacce restano, ma la legittimità del sistema politico a questo punto è difficile da mettere in discussione.
Curiosamente, a riprova di quanto sia sofisticata la cultura iraniana, anche politica, molti manifestanti si fanno riprendere e fotografare con cartelli e manifesti recanti la scritta:
_“Anche io protesto, ma morte a Israele!”_
Sembra che lo Scià del Maryland dovrà aspettare ancora.
Quasi certamente, comunque, questa storia non è finita.

Le motivazioni degli Stati Uniti e di Israele, e anche di Trump e Netanyahu, per attaccare l’Iran, sono ancora tutte lì e per il momento l’America e l’entità sionista non hanno fatto una gran figura, cosa che probabilmente aggiunge rancore personale alla vicenda, visti i personaggi.
Non ci sembra molto credibile che il motivo dell’attacco americano disdetto all’ultimo momento, se la cosa è vera, risieda nello scambio di rassicurazioni tra Iran e Israele mediate da Mosca, o nella pressione delle monarchie del golfo su Trump per scongiurare una guerra regionale.
È più probabile che sia stato un semplice calcolo di rapporti di forza: la destabilizzazione interna era essenzialmente fallita, l’Iran ha ampie opzioni di rappresaglia su Israele e sui bersagli americani nella regione e i mezzi per realizzarle, mentre gli Stati Uniti possono colpire e fare gravi danni, ma non rovesciare il regime con facilità e con soli attacchi aerei.
Tuttavia, non sappiamo se si terranno la figuraccia e passeranno ad altro con disinvoltura.
La portaerei Abrahm Lincoln, proveniente dal Sud-Est Asiatico, ha attraversato lo stretto di Malacca ed è diretta verso il Golfo Persico senza rendere nota la propria posizione.
Si stima che dovrebbe essere in avvicinamento all’area proprio nelle ore in cui queste righe vengono scritte.
Un singolo attacco aereo o missilistico, anche simbolico, giusto per mostrare al mondo che “gli Stati Uniti possono”, è certamente una possibilità. Il “Periodo della minaccia” dura ancora, in effetti può durare anche molto a lungo, in un prossimo articolo ci prenderemo il tempo di chiarire bene che cos’è.

Conclusioni

Le nostre considerazioni finali sono queste: il sistema politico iraniano può benissimo piacere o non piacere, qui non abbiamo mai parlato di questo, ma dei fatti.
Non tutti quelli che hanno partecipato agli scontri erano infiltrati pagati da Israele e Stati uniti: c’erano certamente, come sempre ci sono, giovani ingenui o arrabbiati, come lo sono stati molti di noi, persone facilmente manipolabili, delinquenti e teppisti comuni, dissidenti interni di vario genere che forse si rendevano conto e forse no; ma, dai numeri e dalle dinamiche che abbiamo osservato, sicuramente tutti sono stati usati e hanno preso parte ad un progetto estremamente violento contro il paese e la popolazione.

Il punto è che l’organizzazione politica interna dell’Iran spetta agli Iraniani e a nessun altro.
L’Iran è un paese molto diverso, con divisioni interne politiche, religiose, di classe, con problemi e contraddizioni come tutti.
È anche un paese di cultura plurimillenaria, ricca e raffinata.
Una delle divisioni politiche è quella tra secolarismo e clericalismo, ma è fuor di dubbio che la maggioranza della popolazione sia musulmana, religiosa, anche se con gradi diversi, e con una importante componente di spiritualità.
Se in Italia, o in Occidente, a qualcuno questo non piace, è un problema esclusivamente suo.
Pensare di risolverlo credendo alla propaganda interventista e chiedendo un attacco occidentale è sia stupido in termini funzionali che arrogante in termini culturali.
Questo, beninteso, ammettendo che sia fatto in buona fede e dai politici spesso non lo è.
Qui non abbiamo espresso un nostro giudizio politico, abbiamo raccontato i fatti e cercato di interpretarli con le nostre modeste conoscenze e capacità, sperando che possa venire a beneficio del lettore.
Abbiamo le nostre idee, ma non siamo dei tifosi.
Esercitiamo il dubbio su tutte le cose, anche quelle che condivideremmo, e non rinunciamo mai a cambiare idea se ci rendiamo conto di esserci sbagliati.
La simpatia, ovviamente, è una cosa a parte, ognuno ha le proprie, ma l’ autodeterminazione dei popoli, sancita dal diritto internazionale e cardine della decolonizzazione, non vale solo quando i popoli scelgono per sé stessi la strada che piace a noi.
Per quanto riguarda il popolo iraniano, poi, non possiamo non notare questo: qualunque cosa si pensi della Repubblica Islamica e della rivoluzione khomeinista, fino a quando per gli Iraniani non sarà possibile nemmeno protestare per l’inflazione, o per qualunque altra cosa, senza vedere arrivare torme di avvoltoi che vogliono fare del loro paese ciò che serve all’Occidente, sarà difficile ed ipocrita parlare di libertà e democrazia da fuori.

Chi, tuttavia, avesse davvero a cuore il benessere del popolo iraniano e volesse proprio aiutarlo, potrebbe iniziare a premere sul proprio stato affinché non prenda parte alle bugie e alle destabilizzazioni e non applichi forme di guerra economica, che violano il diritto internazionale e la solidarietà umana, soffocano l’economia e privano la gente di commercio, medicine, vita e libertà.