L’Italia è antifascista. Segnalare i docenti non è libertà, è intimidazione
Giornalista, mi occupo di cultura, filosofia e società. Propongo rubriche su libri e filosofe oscurate dalla storia: leggere, pensare e informarsi significa essere liberi, davvero.
Schedare i professori non è "libertà", è intimidazione. Contro ogni lista di proscrizione, la scuola risponde con i valori della Costituzione

_“Il fascismo non è un’opinione: è la negazione di tutte le opinioni.”_
Benedetto Croce, 1925
Volantini anonimi appesi fuori dai licei, QR code e un modulo online per denunciare i professori “di sinistra” accusati di fare “propaganda” in classe. La campagna, firmata da Azione Studentesca, movimento di estrema destra legato a Fratelli d’Italia, è stata diffusa nei licei di molte citta italiane, tra cui Pordenone, Bergamo, Cuneo, Alba e Palermo.
Nel form online, oltre a domande come “Hai uno o più professori di sinistra che fanno propaganda?” e “Racconta eventuali casi eclatanti”, vengono richiesti anche i dati personali degli insegnanti di sinistra: nome, cognome, scuola, classe. Il tutto è presentato come raccolta per un “report nazionale sulla scuola italiana”.
Ma il messaggio è chiaro: non è un confronto, ma è una schedatura.
Reazione immediata: solidarietà e azione concreta
Nei licei di Bergamo e delle altre città coinvolte, la risposta dei docenti e degli studenti è stata rapida e netta. I volantini sono stati rimossi e le scuole hanno diffuso circolari ufficiali per ribadire che affiggere materiali senza autorizzazione non è consentito.
Ma la reazione è andata oltre.
In poche ore, è partito un tam tam tra insegnanti, con link condivisi via WhatsApp per chiedere la chiusura del form. La pressione ha funzionato: il modulo è stato rimosso. Una risposta civile ma ferma, in difesa della scuola come luogo libero, non controllato.
Schedare è illegale
La raccolta di dati sull’orientamento politico di una persona è vietata dalla legge. L’articolo 9 del GDPR (Regolamento UE 2016/679) definisce le opinioni politiche dati particolarmente sensibili e il loro trattamento è illecito, senza consenso esplicito e finalità legittime.
Scontro politico: la scuola usata come terreno di propaganda
Nel frattempo, la politica si è divisa. Il Ministero dell’Istruzione ha annunciato l’avvio di accertamenti, ma un deputato di Fratelli d’Italia, Giovanni Donzelli, ha difeso l’iniziativa con parole che ribaltano completamente la realtà:“Ci sono professori che non sono corretti. E la sinistra vuole censurare i ragazzi. Mi auguro che gli studenti non si facciano tappare la bocca dal Pd.”
È il classico caso in cui si tenta di legittimare un atto intimidatorio facendo passare chi lo subisce per censore. Una lista nera diventa libertà di espressione e chi si oppone alla schedatura viene accusato di voler “tappare la bocca”. Una logica tossica: rovescia ruoli e responsabilità, trasforma la denuncia democratica in repressione e chiama “protesta” quella che è una pratica di controllo ideologico.
Ma la realtà è un’altra: schedare insegnanti in base all’orientamento politico non è libertà. È una violazione dei diritti costituzionali. Dall’opposizione, la condanna è stata netta.
“Una lista di proscrizione che ricorda i tempi bui del nostro Paese. Sono atti di squadrismo.” Chiara Gribaudo, Pd
“È una schedatura di chi non si omologa al potere.” Angelo Bonelli, AVS
“È una pratica da regime. Chiedo a Giorgia Meloni di farla ritirare. Espone le persone a rischi. In democrazia non si costruiscono liste di nemici.” Elly Schlein, segretaria Pd
Educazione civica e antifascismo: cosa dice davvero la Costituzione
Nel volantino compare anche questa frase:
“L’educazione civica non può essere una lezione sull’antifascismo.”
Ma è un’affermazione falsa e pericolosa. La Costituzione italiana è antifascista: lo dice la XII disposizione transitoria e finale, che vieta la riorganizzazione del partito fascista, sotto qualunque forma. L’educazione civica, introdotta dalla legge 92/2019, prevede tra i suoi obiettivi lo studio
della Costituzione, della legalità, dei diritti democratici. L’antifascismo non è ideologia: è valore costituzionale. Non solo può essere insegnato. Deve esserlo.
La Costituzione, del resto, è molto chiara anche su altri principi fondamentali:
L’articolo 3 garantisce pari dignità sociale e vieta ogni discriminazione, comprese quelle
per opinioni politiche.
L’articolo 21 tutela la libertà di manifestare il proprio pensiero, ma non consente strumenti
che minaccino o intimidiscano.
L’articolo 33 afferma che “l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”: non
è un privilegio corporativo, ma un presidio di democrazia.
E va ricordato: in Italia l’apologia di fascismo è un reato (Legge Scelba, 1952). Essere antifascisti è un dovere civico.
Le liste ci sono già state. E non le vogliamo più
Nei primi anni del regime fascista, a partire dal 1923 con la Riforma Gentile, lo Stato cominciò a centralizzare l’istruzione e a ripulirla da ogni dissenso. In quegli anni, il Ministero dell’Educazione Nazionale iniziò a raccogliere elenchi di docenti, presidi e impiegati considerati “inaffidabili”, in base all’orientamento politico, all’appartenenza massonica, alle simpatie antifasciste. Molti insegnanti furono trasferiti, degradati, epurati.
Il clima si fece ancora più pesante dopo il 1926, con le leggi eccezionali: il dissenso venne messo fuori legge e chiunque fosse ritenuto “non allineato” poteva finire in una lista, in un rapporto riservato, in un procedimento disciplinare. Nel 1931 arrivò il punto di rottura: ai professori universitari fu imposto il giuramento di fedeltà al regime. Solo 12 su oltre 1.200 si rifiutarono: furono espulsi.
Anche nelle scuole, le schedature ideologiche erano pratica quotidiana. Ma il meccanismo è lo stesso: divisione, sospetto, delazione.
“Il fascismo non è un’opinione: è la negazione di tutte le opinioni.”Benedetto Croce, 1925
“La scuola è nostra”? No. La scuola è di tutti
Nei volantini compare anche la scritta: “La scuola è nostra.”
Ma la scuola non è di chi grida più forte, né di un partito. La scuola è di tutti: di chi insegna, di chi apprende, di chi cresce attraverso il pensiero critico. È spazio pubblico, presidio democratico, comunità aperta. E non tollera logiche di potere, controllo e intimidazione.
Il fascismo non torna in divisa. Torna nel metodo
Il rischio oggi non è il fascismo che si dichiara tale, ma quello che si insinua nelle pieghe della democrazia. Non quello che marcia, ma quello che si normalizza: nei linguaggi, nei gesti, nei silenzi, con sorveglianza, intimidazione, conformismo.
Quello che trasforma una lista in un’abitudine. La scuola in sospetto. Il dissenso in colpa.
Così la scuola smette di essere scuola. Diventa un luogo in cui si sta zitti per prudenza.
Sta a noi, ora, dire no.
Alla schedatura. Al revisionismo. Alla paura.
Sta a noi, adesso, impedire che questo diventi normalità.