Questioni di percezione?
Studioso di relazioni internazionali con focus su integrazione eurasiatica e mondo russo, laureato in Mediazione linguistica e culturale con tesi sul conflitto nell' Ucraina orientale quando era ancora quello del 2014/15. Attivista e cercatore da sempre.
Lettura sintetica e parziale della situazione interna agli Stati Uniti

Oscar Monaco ha proposto una interessante riflessione sul fenomeno ICE e sulla sua percezione, negli Stati Uniti ma anche al di fuori di essi. Ho particolarmente apprezzato il suo contributo, sia per l’irriverenza del tono che per alcuni punti che evidenzia, pur non concordando pienamente con la sua interpretazione.
Riportare alla memoria collettiva il fatto che ICE sia un sottoprodotto della stagione “post 9/11”, i dati sulle deportazioni di Obama (e ci starebbero bene anche quelli sui suoi omicidi extra-giudiziali) e che quello che sta avvenendo adesso non viene dal nulla, ha una funzione direi quasi terapeutica, in un contesto dove la memoria corta, specialmente in politica, è diventata una malattia sociale grave.
Non solo, ma l’individuazione di un singolo capro espiatorio, identificato quasi come un corpo estraneo al sistema, è un eccellente stratagemma per eludere le vere grandi questioni.
Per l’uomo della strada è un meccanismo di difesa e semplificazione che permette di non guardarsi mai allo specchio, come individui ma soprattutto come società, per i politici è un modo di de-responsabilizzarsi e mettersi al riparo, sapendo che buona parte del popolo accetterà l’escamotage grazie al meccanismo di cui sopra.
Di fatto, è un patto di omertà collettivo tra governanti e sudditi e un assegno in bianco per i prossimi governi Dem, il cui partito può ora riciclarsi come baluardo antirazzista.
La civiltà contro la barbarie, vecchio trucco, funziona sempre.
Tuttavia non credo che l’ondata di indignazione attuale sia solo figlia del fatto che sono stati uccisi dei bianchi e dell’ipocrisia, innegabile, che Monaco giustamente denuncia. Non pongo le seguenti argomentazioni in opposizione alle sue, piuttosto propongo di integrarle, dato che sappiamo tutti che non è possibile, e secondo me nemmeno utile, scrivere o evidenziare tutto ogni volta che si evidenzia un singolo aspetto.
L’attuale clima di scontro politico e di incomunicabilità tra le parti opposte, negli Stati Uniti, ha una storia ormai lunga e ha subito una forte accelerazione durante il primo mandato di Trump.
In questo, sia il Democratic Party (lo chiamo così per evitare confusioni con la sua emanazione italiana) che le agenzie di intelligence, FBI e CIA in primis, hanno enormi responsabilità.
Ma, come processo degenerativo, ora sta davvero raggiungendo un punto critico, al quale prima ci si stava solo avvicinando.
Lo stesso si può dire per i rastrellamenti dell’ICE e per le sue prassi di abuso sistematico, ma si potrebbe anche dire degli effetti sociali dell’inondazione di tossicodipendenze e della diffusione della criminalità in aree sempre più grandi del paese, anche nei piccoli centri.
Buona parte dell’opinione pubblica americana mette in stretta relazione l’immigrazione incontrollata con questi ultimi due fenomeni, e non è che le relazioni, in parte, non ci siano.
Anche se perfino i sassi sanno che il narco internazionale è strettamente colluso col potere politico e finanziario, ma questa è una storia nota e molto vecchia e non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.
L’uomo della strada vede intorno a sé gangsters, spacciatori e tossici, non banchieri, politici e agenti segreti.
Inoltre, riguardo l’ondata di indignazione, trovo non secondario il fatto che ci sono i video: tutto il mondo ha visto paramilitari mascherati giustiziare a sangue freddo a colpi di pistola in faccia una donna che manovrava lentamente la sua auto in una scena totalmente priva di qualsiasi minaccia, violenza e tensione, se non quelle portate dagli agenti stessi.
Anche i video di Minneapolis mostrano un livello di brutalità del tutto sproporzionata e ingiustificata, anche se in ben altro contesto di tensione.
Se ricordate, anche il periodo delle rivolte di BLM e simili iniziò con un video dell’arresto di George Floyd, che non era bianco e aveva una storia personale molto, molto più discutibile di Renèe Good e Alex Pretti.
La violenza diffusa della polizia era reale anche il giorno prima, ma il video e la copertura mediatica hanno fatto la differenza.
Non c’è niente di nuovo né di sorprendente se un processo peggiorativo procede fino al punto in cui, per un accumularsi di fattori, esplode. Vedere l’ipocrisia ci aiuta a comprendere un aspetto, spesso comodamente taciuto, ma non dovrebbe offuscare gli altri.
La violenza degli apparati di sicurezza dello Stato, l’immigrazione clandestina incontrollata, il narcotraffico, la criminalità, la schiavitù di fatto e la marginalità economica, sono tutti problemi che si trascinano da decenni e riguardano milioni, addirittura decine di milioni di persone, e la gente, da una parte e dall’altra, vuole provvedimenti o risposte.
Se dovessi individuare i fattori che più di tutti hanno contribuito all’opposizione aperta e massiccia alle ultime imprese dell’ICE, non credo mi soffermerei principalmente sull’ipocrisia, che ripeto, sicuramente c’è.
Piuttosto vedrei:
1) Un vaso pronto a traboccare da tempo, e che infatti periodicamente straborda, sollecitato da singoli eventi dalla portata anche visiva veramente difficili da ignorare;
2) L’influenza che le varie componenti dell’opposizione a Trump, in primis il DP ma non soltanto, hanno sull’apparato della comunicazione di massa. Queste componenti hanno enormi incentivi a fare campagna contro Trump, e la sua amministrazione non manca certo di fornir loro materiale su cui lavorare.
Sullo sfondo c’è un’America nella quale la normale dialettica politica non esiste praticamente più. Alla tensione, mai veramente superata, che ha caratterizzato il primo mandato di Trump, dal Russiagate a BLM, ai tentativi di impeachment al 6 Gennaio al Campidoglio, si è aggiunta tutta quella della campagna elettorale con tanto di attentato in Pennsylvania, il dossier Epstein, l’omicidio di Charlie Kirk, l’incandescente scena internazionale e la crisi economica interna agli Stati Uniti.
Le fazioni statunitensi, che non è neanche ben chiaro quante siano, sono impegnate in una lotta feroce e ciascuna considera alcune altre come una minaccia esistenziale; si parla quotidianamente di schierare la Guardia Nazionale dei singoli stati contro le forze armate federali, che la Casa Bianca a sua volta valuta di schierare contro la propria popolazione.
Sempre più persone pensano concretamente che il momento di doversi difendere (o attaccare) in armi dai nemici politici o dal governo centrale sia vicino o già arrivato.
Il tessuto economico e sociale dell’America è in pessimo stato e la tensione è alta da parecchi anni.
Cosa potrebbe mai andare storto?