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Il viaggio dell'HIV: da malattia di caccia a malattia coloniale e sessuale

di
Andrea Alexandro Nal
Andrea Alexandro Nal

Veneto, nobile decaduto e in lotta col mondo, ma soprattutto col panturanismo del Germani.

22 gennaio 2026

Dalle foreste pluviali ai campi di lavoro coloniali: come l'intervento umano e la modernità hanno trasformato un virus animale in una pandemia

rappresentazione artistica dell'hiv
Ovviamente resterò strettamente nell'ambito storico e tratterò solo dell'azione dell’uomo nell'evoluzione e diffusione del virus dell’immunodeficienza umana, che malgrado tutto ha lasciato tracce storiche note che non vanno molto oltre il secolo (1889-1910), anche se non è da escludere una fase precedente che potrà essere riscontrata solo attraverso studi genetici del virus.

Nel mondo animale, i virus [1] che portano all'immunodeficienza progressiva sono piuttosto conosciuti, in particolare il Fiv (Feline Immunodeficiency Virus) dei felini, noto al grande pubblico per la variante che colpisce i gatti, e il Siv (Simian immunodeficiency virus), quello che effettivamente ci interessa qui. Si tratta del virus dell’immunodeficienza delle scimmie, malattia endemica di alcuni primati, soprattutto scimpanzé dell'area subsahariana stanziati nella lunga fascia forestale [2] che andava dall’Atlantico ai Grandi Laghi (Vittoria, Tanganica, Alberto, Edoardo, Kivu).

È provato che l'Hiv umano derivi dalla mutazione di alcuni ceppi del Siv degli scimpanzé. Il salto di specie, ovvero il passaggio dall’animale all’uomo, è avvenuto in un tempo difficilmente accertabile al momento, anche perché il virus sulle prime avrà probabilmente agito con particolare forza e letalità sulla nuova specie colonizzata; non è da escludere che il processo di passaggio tra scimmia e uomo sia avvenuto più di una volta nel corso dei secoli, con l'imbocco di consecutivi vicoli ciechi, portato della via di accesso piuttosto ristretta all'umanità aperta al virus. Infatti, il punto di contatto tra Siv e uomo è stato molto probabilmente il mondo della caccia ai primati, che soprattutto in epoca arcaica riguardava gruppi umani dispersi nella foresta primigenia. Questi vivevano della pratica venatoria entrando in contatto con il virus attraverso le attività di cattura con lance, frecce e reti che portavano a morsi e a ferite subite dai cacciatori stessi nel corso di tali cruenti atti, ma anche in seguito con l'attività di scuoiamento, macellazione e depezzamento della preda, coinvolgendo in questo caso anche gli altri componenti del villaggio non direttamente attivi nella caccia. Vien da sé che, colpendo gruppi umani isolati, molto ristretti e che per forza di cose si trovavano ad operare su areali di caccia estremamente estesi, la diffusione del virus e la sua evoluzione fossero contenute dall'esiguità del suo bacino potenziale di contagio, che si poteva chiudere cancellando interi gruppi di cacciatori.

È ipotizzabile che una successiva minore aggressività del virus, con una fase di latenza più prolungata, abbia consentito una maggiore sopravvivenza dei soggetti infettati, permettendo loro di diffondere il virus tra gli altri componenti del gruppo e soprattutto verso i villaggi con cui intrattenevano rapporti commerciali e matrimoniali. Si stabilizzò così il salto di specie che, in questa stagione, rimase comunque circoscritto quasi essenzialmente all'ambito dei cacciatori, tanto che si può parlare di una "malattia di caccia" che riguarda ancora pochi soggetti e soprattutto di un virus non evoluto che sta muovendo ancora i suoi primi passi assieme all’uomo.

È la modernità a consentire al virus un'inaspettata possibilità di evoluzione offrendogli più uomini da colpire e su cui raffinarsi, favorita da una velocità di contagio interumana che ora può battere la letalità, mentre prima quest'ultima aveva finito per contenere la diffusione del virus finché aveva potuto colpire solo gruppi ristretti. Da questo momento, al virus vengono aperti nuovi orizzonti. È la grande stagione coloniale del continente africano, tanto che è inevitabile parlare ora di "malattia coloniale": un salto di epoca, ma anche di scala.

La necessità di mettere a frutto le grandi risorse agricole, forestali e minerarie delle nuove conquiste spinse le nazioni metropolitane e le compagnie private concessionarie a porre in essere politiche di concentramento e regimentazione dei lavoratori locali; affamate di manodopera, trassero dal loro atavico isolamento i gruppi umani prima dispersi. Le attività poste in essere per ottenere la mobilitazione dei lavoranti erano molteplici: andavano dalla tassazione diretta, che costringeva i locali al lavoro volontario per poter pagare i tributi richiesti [3], al lavoro coatto, una schiavitù retribuita e sotto controllo militare diffusa in quasi tutti gli imperi. Le potenze coloniali lo posero direttamente in essere fornendolo ai privati - come fecero gli italiani in Somalia, i belgi in Congo, i tedeschi in Tanganica - oppure lo fecero tramite compagnie private che si procacciavano direttamente i lavoratori servili, come la Compagnia Cotoniera della piana di Cassala nel Sudan britannico, dove i braccianti erano i servi dei ricchi mercanti sudanesi che partecipavano all’impresa. Altre compagnie private esclusivamente europee, come quelle che operavano in Congo o in Africa equatoriale francese, lo praticarono attraverso milizie private.

La promiscuità estrema creata da questa nuova stagione non era solo casuale, derivata dall'incontro di più persone in aree specifiche di lavoro, ma anche desiderata, perché veramente al virus furono offerti ponti d'oro: per favorire l'afflusso più volontario possibile dei lavoratori comandati giovani (i più ricercati) era loro consentito di passare la notte in capannoni comuni, senza che fossero separati i sessi. La cosa fu squassante per società islamiche particolarmente osservanti, creando spaccature intergenerazionali, ma soprattutto consentì una rapida diffusione dell'Hiv, coinvolgendo gruppi umani prima non colpiti.

Negli anni ‘80 si credeva che il virus fosse esploso nell'area dei Grandi Laghi, ipotesi corroborata dalla forte presenza di campioni infetti databili agli anni ‘50, ma anche dalla terribile fama del Libero Stato del Congo sotto Leopoldo II del Belgio, noto per le pratiche coloniali brutali. Oggi sappiamo che questo salto di scala è avvenuto nel territorio che va dal confine orientale camerunense al basso Centrafrica (parte all'epoca dell'Africa Equatoriale Francese); quindi ancora una volta lo storico è stato tratto in inganno. L'imperialismo usò le denunce mosse tra fine ‘800 e inizio ‘900 contro le mostruosità della colonizzazione del Congo belga per catalizzare l'attenzione del mondo verso la sua manifestazione più evidente e tremenda, ma nascose così, dietro questo elefante nella stanza, tutto quello che facevano le altre potenze metropolitane. Nella zona francese presa in esame operava una compagnia di sfruttamento agroforestale che non aveva nulla da invidiare a Leopoldo II e, sia ben chiaro, è successo lì perché in quella zona era avvenuto il salto di specie del virus, non perché c'erano i francesi: qualunque altra potenza europea metteva in pratica le stesse misure con più o meno brutalità.

Ora il virus si raffina, lavora su più persone, evolve e incontra soggetti più resistenti che aumentano la diffusione, non solo numerica, ma anche geografica, perché il malato non debilitato riesce a muoversi, a tornare a casa e quindi a creare nuovi focolai. Collegata e quasi contemporanea alla fase coloniale del virus se ne apre subito un'altra che possiamo chiamare "fase sanitaria". Le grandi concentrazioni di lavoratori e il lavoro su terreni insalubri aveva portato alla diffusione pandemica di malattie come la malaria e la malattia del sonno, diffusa dalla puntura della mosca tse-tse [4]. Al fine di mantenere attivi i lavoratori e non rallentare le operazioni di messa a frutto, furono intraprese dalle autorità coloniali grandi campagne di inoculazione di massa con medicinali che andavano dal chinino a prodotti vari come estratti di sintesi della carbochimica ai suoi albori. L'intruglio interessa relativamente all’oggetto dell'attuale analisi; il vero problema è che la somministrazione avveniva attraverso iniezioni, con campagne che coinvolgevano per settimane fino a ventimila lavoratori, concentrandoli in singoli dispensari con punte giornaliere di quattromila iniezioni fino a “quando l'ago non si rompeva”. Ovviamente la sterilizzazione era quantomeno episodica. Così ancora una volta il colonialismo aiutò il virus, ne allargò la rete di diffusione consentendogli una costante evoluzione.

Sempre legata alla modernizzazione coloniale del continente arrivano l'inurbamento e la diffusione dei bordelli, accanto alla forte mobilità intracoloniale dei reparti militari indigeni, che offrirono all'Hiv una nuova stagione, tanto che solo ora è corretto chiamarla malattia sessuale. In particolare, nelle città dell’Africa subsahariana affacciate sul Golfo di Guinea e del bacino del Congo, la malattia si associa ad un altro morbo di natura sessuale - quest’ultimo di origine esogena, la sifilide - che ne celerà la presenza ai medici ritardandone lo studio e soprattutto darà all’Hiv una “collaborazione” da cui trarrà uno sviluppo che solo ora prende propriamente una via di contagio sessuale. Sia chiaro: la trasmissione ci è nota e da lì passava anche prima, ma solo in questa fase diventa una malattia esplicitamente di natura sessuale, ambito che prevale nettamente sulle altre fonti di infezione. Il disfacimento dei corpi dei sifilitici, il decorso dell'infezione e le pratiche mediche coeve aiutarono l'evoluzione dell'Hiv stesso.

Con l'indipendenza degli stati colonizzati la fase sessuale cambiò marcia e l'area geografica colpita dall'infezione si espanse, aiutata dalle prostitute che operavano nelle cittadine lungo le strade interstatali e diffusa dai camionisti loro clienti che portavano le merci sulle rotte tra gli stati affacciati sul Golfo di Guinea.

La sindrome è partita dai villaggi di cacciatori di scimmie sperduti nelle foreste pluviali, è passata per i campi di lavoro coloniali e i consultori medici, poi è entrata nei bordelli urbani e infine è approdata nelle grandi città africane, da dove farà il salto fuori dal continente. In questo rosario di passaggi la malattia è evoluta innanzitutto quantitativamente - da malattia di caccia a malattia coloniale, poi sanitaria e infine sessuale - ma anche qualitativamente, raffinando un virus capace di creare sempre nuove varianti con una sempre maggiore capacità di latenza e resistenza.

Oggi i ricercatori - al fine di trovare un "paziente zero" il più possibile vicino alla variante originale che consenta studi genetici mirati - stanno cercando tra i campioni istologici conservati in blocchi di paraffina degli anni ‘50 e ‘60 dalle disastrate strutture ospedaliere del Congo orientale, che hanno conservato grandi quantità di questi prelievi effettuati su pazienti morti per cause non del tutto chiarite in un’epoca in cui l'Hiv non era ancora stato identificato [5]. Sarebbe bene, anche da questo punto di vista, che la cosiddetta "guerra mondiale africana" che colpisce quest’area da ormai un trentennio terminasse.

Con lo sbarco fuori dal continente africano, la sindrome si diffuse in maniera esponenziale in tutto il mondo diventando una vera e propria pandemia, che conservò a lungo una letalità estrema con percentuali vicine al 100% dei casi diagnosticati: un caso alquanto raro, se non unico, tra le epidemie umane [6]. Questo, sommato alla trasmissione per via sessuale e tramite l'uso di sostanze stupefacenti iniettabili (eroina), legò indissolubilmente il contagio, nell'opinione pubblica, a comportamenti stigmatizzabili e trasgressivi, tanto che la sieropositività è ancora oggi vissuta come una condizione potenzialmente discriminatoria.

Nonostante l'Hiv accompagnasse l'uomo ormai da molti anni, solo con l'uscita dal continente primigenio il virus fu scoperto e diagnosticato in alcuni pazienti in USA nel 1981; soltanto nel 1996 finalmente si riuscì a porre un freno all'estrema letalità dello stesso con un cocktail di medicine che poneva il virus in stato di latenza cronica. Ciò rese l'Hiv endemico nei paesi sviluppati, pur con punte di diffusione ancora sostenute [7], mentre nei paesi poveri conserva tutt'ora una feroce mortalità.

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[1] Sì, è un retrovirus: si basa sull’RNA che parassita le cellule dell'ospite; nel citoplasma delle stesse si converte (retroscrive) in DNA e si integra con quello della cellula, entrando a far parte del suo genoma. Lì resta quiescente per tempi più o meno lunghi: per questo i sintomi si possono manifestare in momenti diversi nei vari pazienti e vi è distinzione tra l'infezione da HIV e l'AIDS (l'esplosione dell’immunodeficienza stessa). Ma questo non è un trattato medico, quindi va bene così.

[2] Deforestazione e desertificazione hanno frammentato questa fascia un tempo sconfinata.

[3] Pratica usata in particolare dagli inglesi, ma non solo; implicava comunque una certa dose di coercizione per essere introdotta.

[4] La malaria è portata dalla zanzara anofele, vettore biologico del relativo plasmodio, mentre la mosca tse-tse è portatrice del tripanosoma della malattia del sonno (animale e umana). Tradizionalmente le aree fluviali non erano frequentate in modo stabile proprio per ridurre l'incidenza di tali patologie; gli stessi pastori somali stavano a distanza di sicurezza dallo Uebi Scebeli.

[5] La malattia cominciò a essere diagnosticata nel 1980 negli USA su tre pazienti e resa pubblica nel giugno ‘81, ma già dagli anni ‘50 in Congo era descritta una patologia che portava alla consunzione definita "mal sottile" (anche se non era tubercolosi). I campioni analizzati dall’Università di Lovanio hanno riscontrato la presenza di HIV in prelievi istologici provenienti da Kinshasa databili al 1958 e 1959.

[6] Le molteplici varianti hanno comunque presentato differenze nella manifestazione dei sintomi e nella durata del decorso.

[7] Nulla di paragonabile all'Africa Australe o, per un certo periodo, a Ucraina e Russia, che nel contesto dei paesi caucasici rappresentarono un caso assai pernicioso. Vedremo se la diffusione dell'uso della PrEP tra le classi di rischio più elevato porterà a un ulteriore abbassamento dei contagi, dopo i cali già determinati dal superamento delle droghe iniettabili, dal controllo degli emoderivati e da un uso maggiore del preservativo.