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La violenza in politica: un paradigma del bene e del male

di
Gabriele Germani
Gabriele Germani

Attivista per i diritti umani, crede nel potere dell’informazione e dell’azione collettiva come motore di trasformazione.

3 febbraio 2026

La politica è lotta, ma la violenza non paga: riaggregare la militanza per costruire un'alternativa

violenza polizia politica
La politica è per eccellenza il teatro dello scontro: diverse fazioni competono per amministrare il potere (o meglio le risorse) in una data società.
Nel mondo occidentale (qui si aprirebbe una lunga discussione su cosa sia Occidente oggi, ma non ci soffermeremo) la politica ha assunto vita propria, ma in realtà nelle società extraeuropee questa rimane ancora annosa questione.

Nonostante abbiamo imposto il nostro ordine stato-centrico al mondo (quello post-Vestfalia), abbiamo dovuto anche riscontrarne gli enormi limiti. Sono ormai lontani i tempi, in cui i primi antropologi si stupivano nel non trovare una vera distinzione tra politica e religione, ad esempio, in molte società pre-contatto con l’Occidente.
Oggi vediamo qualcosa di analogo: lo stesso Huntington, ne aveva parlato quando aveva notato come più una società non occidentale raggiunge buoni risultati nell’ambito della tecnica e dell’economia, più tenda a prendere le distanze dall’Occidente stesso. In altre parole, i mondi altri farebbero una sintesi degli influssi occidentali arrivando infine a superarne i valori in una rinnovata chiave tradizionale (l’Iran odierno, ma anche la Cina, sono ottimi esempi).

La violenza è da sempre parte della politica. Diversi gruppi che lottano tra loro, non dobbiamo certo risalire a Tucidide per riscoprire, non tanto le rivalità tra città greche, quanto quella all’interno delle città stesse. Atene era teatro di violenze enormi tra i diversi partiti, i lettori di Tucidide ricorderanno lo scandalo delle Erme e il tentativo di far fuori un promettente Alcibiade.
La politica non è però solo scontro tra classi dirigenti: abbiamo avuto recenti episodi in cui protagonista della storia è stata la massa. La rivoluzione russa è uno di questi, fu il popolo e il piccolo esercito a permettere la fine dello zarismo.

In altre parole, la violenza è talvolta agente e motore storico. Non temo l’essere “cattivo maestro” constatando l’ovvio, mi ritrovo invece a temere un nuovo Teorema Calogero e un nuovo 7 aprile.
Io sono gramsciano, sono convinto che non sia con la violenza, con lo scontro fisico che si possa conquistare il potere in una società a capitalismo avanzato, così come non credo questo si possa conquistare solo con le elezioni.

Servirebbe un grosso piano di riaggregazione della militanza, in modo serio, completo, avanzato, sapendo spiegare che la scelta dovrà essere sempre di gran moderazione e di penetrazione dei gangli dello Stato. Abbiamo preteso di imparare dai nostri rivali politici la gestione dello Stato, ma mai di capirne gli strumenti egemonici che ne permettevano il funzionamento col consenso.
In fondo, siamo sempre stati minoranza governata e mai governanti, ci è incomprensibile il gran segreto che il Potere si porta dietro sin dai tempi antichi.

Arrivo però all’oggi e mi ritrovo molto in difficoltà a parlare sui più recenti fatti di Torino, a pesare sono tanti piani: da un lato la complessità del presente, la difficoltà di far incamerare la prospettiva di un lavoro lungo e di costruzione dell’alternativa sociale, direi prima culturale che politica.
Ci pieghiamo alla politica del saltimbanco, ma non all’analisi nuda e dura della realtà.
L’Occidente - inteso come centro egemonico del mondo globalizzato dal Cinquecento – è a fine corsa, nuovi attori sono in ascesa sul palcoscenico globale. Questi sembrano (sottolineo sembrano) portare avanti una politica più interventista dello Stato nell’economia, della società sull’individuo e una visione più armonica tra popoli.

Si profila lentamente e timidamente una lunghissima transizione verso qualcosa di meno caotico del capitalismo neoliberista. Questo scenario è per la nostra classe dirigente semplicemente impossibile e risponderà come già fece nel 1939: con il fascismo. Oggi in Italia, in Francia, nel Regno Unito, negli USA, in Argentina, in Giappone vediamo ascendere un nuovo autoritarismo, non più fascista nel senso classico del termine, ma non meno pericoloso. Una volontà di potenza totalizzante e nichilista unicamente concentrata sull’accumulazione del denaro fine a se stesso, la produzione di ricchezza per il mantenimento del monopolio del potere nelle mani dei pochi, dei privilegiati.
Così la repressione cala anche su di noi: veniamo denunciati per questo o quel corteo, identificati per una bandiera in balcone, fermati per un indumento o per aver espresso solidarietà, veniamo persino arrestati per dei post online.

Davanti a questa spirale non credo che la soluzione possa essere rispondere con la nostra violenza, non fosse altro per razionalità, la nostra è semplicemente destinata ad essere repressa e spazzata via, annientata. C’è in questa morbosità per lo scontro, una sorta di millenarismo cristiano latente: l’idea del Davide contro Golia che alla fine può vincere.
Ma la verità è che noi non abbiamo nessuna possibilità di vincere un braccio di ferro contro chi detiene la bomba atomica, droni, strumenti per identificare, “sorvegliare e punire”.

Quindi _Che fare?_
Costruire lentamente l’alternativa strada per strada, casa per casa, che ad oggi mi sembra ancora la scelta più saggia, magari facendolo con maggiore chiarezza e determinazione.
E magari cerchiamo di non dividerci, cerchiamo di ricordare chi ha portato il mondo alle sue condizioni attuali, chi ha reso la nostra società una gigantesca “zattera della Medusa”; ecco, ad averlo fatto non sono stati i centri sociali, ma il capitalismo, la nostra classe dirigente, il mondo della finanza.
Il grande insegnamento che i fronti popolari del secolo passato dovrebbero ricordarci è che nei momenti di pericolo si fa sintesi, è nei momenti di forza che ci si divide. In alternativa, il rischio è di finire a denunciarsi reciprocamente attorno a delle inezie, mentre il governo sembra ben determinato ad arrestarci tutti quanti…